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- Il Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico del 1967 non regolamenta lo sfruttamento commerciale.
- Il Moon Agreement del 1979, fallito, dichiarava la Luna "patrimonio comune".
- L'economia spaziale ha raggiunto i 546 miliardi di dollari nel 2022.
- Gli Accordi Artemis del 2020 permettono lo sfruttamento commerciale della Luna.
- La NASA ha annunciato l'acquisto di 50-500 grammi di regolite lunare.
- L'Italia è tra gli otto stati firmatari degli Accordi Artemis.
La nuova corsa alla Luna, lungi dall’essere una semplice rievocazione nostalgica delle epoche passate, si sta rivelando un intricato campo di gioco geopolitico ed economico. Le potenze spaziali, guidate da attori di primo piano come gli Stati Uniti, stanno ridefinendo in modo significativo le dinamiche di esplorazione e sfruttamento dello spazio. Questa tendenza, pur mantenendosi formalmente aderente al diritto internazionale, ne plasma attivamente l’interpretazione, proiettando un futuro in cui l’accesso e l’utilizzo delle risorse lunari potrebbero essere dominati da pochi. Questo scenario solleva interrogativi cruciali sulla trasparenza, l’equità e le implicazioni per le nazioni emergenti e per l’effervescente settore della new space economy. Siamo di fronte a una vera e propria “agenda nascosta”, dove accordi apparentemente innocui e partnership pubblico-private stanno silenziosamente ridisegnando la spartizione di influenze e i vantaggi economici extra-atmosferici, con il rischio di emarginare chi non è ancora in grado di competere.
Il diritto spaziale nell’era dello sfruttamento commerciale
Il fondamento del diritto spaziale internazionale è rappresentato dal Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico (Outer Space Treaty – OST), entrato in vigore il 10 ottobre 1967, in un contesto di piena Guerra Fredda e in un’epoca antecedente all’avvento dell’esplorazione umana sulla Luna. Questo trattato, sottoscritto da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, stabilisce principi fondamentali quali la libertà di esplorazione e utilizzo dello spazio, l’esclusione di armi di distruzione di massa e, soprattutto, la proibizione per gli Stati di rivendicare la sovranità o la proprietà di spazio, Luna e altri corpi celesti. L’OST sancisce l’esplorazione e l’uso dello spazio a beneficio di tutta l’umanità, il concetto di mankind nel testo originale, e vieta l’occupazione e la rivendicazione di proprietà di questi corpi celesti.
Nonostante la sua importanza storica e il fatto che ancora oggi costituisca la struttura giuridica di base del diritto internazionale aerospaziale, l’OST si rivela inadeguato di fronte alle sfide poste dal XXI secolo. Fu concepito quando le attività spaziali erano dominate esclusivamente da attori statali e non prevedeva l’attuale proliferazione di iniziative private. Non affronta, infatti, in modo esaustivo, le attività commerciali e il potenziale sfruttamento delle risorse spaziali. Tale ambiguità ha generato un dibattito acceso e ha aperto la strada a interpretazioni divergenti.
Nel tentativo di modernizzare e ampliare il quadro normativo, nel 1979 fu proposto il Moon Agreement. Questo accordo intendeva regolamentare la condotta delle nazioni nella futura esplorazione spaziale, dichiarando la Luna e le sue risorse “patrimonio comune del genere umano” e impedendo di fatto ogni diritto di proprietà privata. Si proponeva di stabilire un regime per l’uso della Luna simile a quello adottato per i fondali marini dalla Convenzione ONU sulla Legge del Mare. Tuttavia, il Moon Agreement non ha ottenuto il successo sperato: è stato ratificato solo da un numero limitato di paesi, tra cui Australia, Austria e Messico, ma nessuno di questi è una potenza spaziale di rilievo. L’assenza delle principali nazioni con capacità spaziali significative tra i suoi firmatari ne ha di fatto vanificato l’intento, rendendolo un tentativo fallito di limitare la libera impresa, come evidenziato da successive posizioni politiche, in particolare quelle statunitensi.
Le attività spaziali, nel frattempo, hanno subito una crescita esponenziale. Nel 2021, l’intera economia spaziale ha toccato la cifra di 469 miliardi di dollari, mostrando un incremento del nove percento rispetto all’anno precedente, il 2020. Nel 2022, il settore è cresciuto ulteriormente, toccando i 546 miliardi di dollari. Oggi, più di novanta nazioni operano nello spazio e il numero di compagnie private coinvolte è in costante aumento. Questa evoluzione ha reso le questioni relative allo sfruttamento delle risorse spaziali non più una speculazione futuristica, ma una realtà imminente, portando alla necessità di nuovi quadri normativi o di interpretazioni flessibili di quelli esistenti.
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Gli Accordi Artemis: una giurisdizione “su misura” per la Luna
In questo scenario di rapida trasformazione, gli Accordi Artemis sono emersi come un documento chiave, presentato dalla NASA nel 2020 sotto l’amministrazione Trump. Questi accordi, sebbene facciano riferimento ai principi dell’OST, hanno l’obiettivo esplicito di creare le fondamenta giuridiche per consentire sia a entità private che pubbliche di sfruttare commercialmente la Luna. Essi stabiliscono una serie di principi condivisi per regolare l’esplorazione civile e l’utilizzo dello spazio extra-atmosferico, incoraggiando la condivisione di scoperte scientifiche, la trasparenza tra i partecipanti, l’interoperabilità dei sistemi e l’assistenza reciproca in situazioni di emergenza. Tuttavia, l’aspetto più innovativo e oggetto di dibattito riguarda le implicazioni commerciali.
L’allora amministratore della NASA, Jim Bridenstine, ha sottolineato l’importanza che “Paesi e aziende dovranno essere in grado di cogliere i frutti del loro lavoro”, aggiungendo che “la capacità di estrarre e utilizzare risorse su Luna, Marte e asteroidi sarà fondamentale per supportare l’esplorazione e lo sviluppo sicuro e sostenibile dello Spazio”. Questa dichiarazione è al centro del dibattito, poiché interpreta in modo estensivo il diritto di utilizzo delle risorse. Gli Accordi Artemis non mirano a sostituire l’OST, ma piuttosto a fornirne un’interpretazione che faciliti le attività commerciali e l’estrazione mineraria, operando nelle aree di ambiguità del trattato originario. Questa strategia si allinea con l’U. S. Commercial Space Launch Competitiveness Act del 2015, che già trattava l’esplorazione a fini commerciali e i diritti sulle risorse degli asteroidi, favorendo l’apertura allo sfruttamento spaziale da parte di aziende private.
Inizialmente presentati come accordi bilaterali, gli Accordi Artemis sono stati sottoscritti come un documento multilaterale aperto. Il 13 ottobre 2020, otto Stati hanno firmato questi accordi di cooperazione internazionale: Australia, Canada, Giappone, Lussemburgo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Stati Uniti e Italia. L’Italia, in particolare, ha consolidato la sua leadership in ambito spaziale aderendo agli accordi e prevedendo futuri accordi attuativi con la NASA per la fornitura di moduli abitativi e servizi di telecomunicazione. Questa adesione ha aperto nuove riflessioni all’interno dell’Unione Europea, evidenziando una mancata risposta da parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) come ente unificato, attribuita a un’incapacità di formare una leadership comune sull’argomento. La Russia si è dimostrata molto critica, mentre la Cina ha confermato il suo ruolo di concorrente, con un piano ambizioso per il polo sud lunare, proprio dove gli USA intendono realizzare una base stabile. Questo contesto evidenzia come gli Accordi Artemis siano uno strumento di diplomazia che plasma la geopolitica spaziale, creando un blocco di nazioni allineate agli interessi e alla visione americana.
La flessibilità degli Accordi Artemis, a differenza della rigidità dell’Intergovernmental Agreement (IGA) che regola la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), permette un’adesione più agevole per i nuovi partner, ma al contempo solleva preoccupazioni sulla frammentazione del diritto internazionale e sulla possibilità che gli attori privati si spostino verso legislazioni più “morbide”.
Partnership privato-pubbliche e la concretizzazione dello space mining
L’agenda di promozione dello sfruttamento delle risorse spaziali non si limita ai principi enunciati negli Accordi Artemis, ma si concretizza attraverso partnership tecnologiche innovative tra agenzie governative e corporation private. Un esempio paradigmatico di questa nuova era è stato l’annuncio della NASA del 10 settembre 2020, in cui l’agenzia spaziale ha espresso l’intenzione di acquistare regolite lunare da fornitori commerciali. La NASA ha divulgato una “Request for Quotations”, sollecitando offerte per l’acquisizione di quantità di regolite o roccia lunare, varianti tra i 50 e i 500 grammi.
Questa iniziativa, guidata dall’allora amministratore della NASA Jim Bridenstine, aveva un obiettivo chiaro: creare una legislazione de facto per questo tipo di attività commerciale all’interno del quadro dell’Outer Space Treaty. L’agenzia ha specificato che il fornitore privato avrebbe potuto raccogliere la materia prima da qualsiasi area sulla superficie della Luna, inclusi frammenti rocciosi, polvere o ghiaccio. Inoltre, non sarebbe stata richiesta alcuna valutazione dei materiali prelevati, ma solo la presentazione di fotografie della regolite scelta e informazioni dettagliate sul punto di raccolta. Un aspetto innovativo è che la “consegna” del materiale non avrebbe necessariamente dovuto avvenire sulla Terra, ma avrebbe potuto essere effettuata direttamente sulla Luna. Il compenso per tali forniture era compreso tra 15.000 e 25.000 dollari, con la maggior parte dell’importo (80%) pagato solo al momento dell’effettiva consegna del materiale, prevista entro il 2024. Questo programma non solo legittima l’estrazione mineraria spaziale, ma crea un mercato e una regolamentazione per incentivare le aziende private a sviluppare soluzioni concrete per la raccolta di materiale sulla Luna e, in futuro, nello spazio profondo, segnando il primo passo concreto verso lo sfruttamento delle risorse spaziali.
Questo approccio rappresenta una chiara manifestazione di come l’agenda delle potenze spaziali stia evolvendo oltre i trattati esistenti. La collaborazione tra agenzie governative e attori privati, spinta da ingenti investimenti e dal potenziale economico delle risorse spaziali, sta delineando un nuovo paradigma di accesso e utilizzo dello spazio. Questa tendenza, se da un lato accelera lo sviluppo tecnologico e le capacità esplorative, dall’altro solleva interrogativi sulla democratizzazione dello spazio. L’espansione delle attività private, incentivata da politiche nazionali come l’Executive Order di Trump del 2020 sull’incoraggiamento al recupero e all’uso delle risorse spaziali, ha creato un ambiente favorevole a un’interpretazione del diritto spaziale che privilegia gli interessi commerciali, anche se tale decreto è stato oggetto di critiche per la sua infelice formulazione riguardo alla nozione di “global commons”. Il dibattito giuridico si concentra sull’interpretazione del termine “global commons” nel contesto economico (non dividere i profitti) piuttosto che giuridico (aree al di fuori della sovranità nazionale), ma le implicazioni pratiche rimangono le stesse: un vantaggio per chi ha le risorse per partecipare a queste imprese.

Il futuro della space economy: tra opportunità e disuguaglianze
L’attuale direzione della “corsa alla Luna”, caratterizzata dalla spinta verso lo sfruttamento commerciale delle risorse e dalla creazione di quadri normativi interpretativi come gli Accordi Artemis, genera profonde implicazioni per il futuro della space economy globale. Se da un lato si aprono opportunità senza precedenti per l’innovazione tecnologica e lo sviluppo di nuove industrie, dall’altro si acuiscono le preoccupazioni riguardo alla creazione di nuove forme di disuguaglianza e alla potenziale marginalizzazione di attori meno attrezzati. La crescente partecipazione di compagnie private in attività spaziali, in un settore che nel 2022 ha superato i 546 miliardi di dollari, rende evidente come gli interessi economici siano ormai un motore primario dell’esplorazione e dell’utilizzo dello spazio.
Le nazioni emergenti e le start-up della space economy, pur ricche di potenziale innovativo e di nuove idee, si trovano ad affrontare sfide considerevoli. L’accesso a tecnologie avanzate, gli investimenti necessari per lo sviluppo di capacità spaziali e la partecipazione a programmi complessi come Artemis richiedono risorse ingenti che spesso non sono alla loro portata. Questo crea un divario sempre più ampio tra le potenze spaziali consolidate e gli altri attori. Gli accordi di partenariato tecnologico “privati” tra agenzie governative e corporation, come l’iniziativa della NASA per l’acquisto di regolite lunare, sebbene presentati come catalizzatori di innovazione, potrebbero consolidare il potere di poche grandi entità, rendendo più difficile l’ingresso nel mercato per i nuovi arrivati.
La competizione geopolitica si trasferisce, quindi, anche sul piano economico. La Cina, con il suo ambizioso programma lunare, e la Russia, con le sue critiche agli Accordi Artemis, rappresentano alternative o sfide al modello proposto dagli Stati Uniti e dai suoi partner. Questa polarizzazione rischia di ostacolare una cooperazione internazionale più ampia e inclusiva, fondamentale per la gestione sostenibile e pacifica dello spazio. Il Comitato delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio (COPUOS) e l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari spaziali (UNOOSA) continuano a promuovere un approccio multilaterale e l’assistenza ai paesi in via di sviluppo, ma il loro potere normativo e la loro influenza sembrano in contrasto con la velocità e la direzione delle iniziative promosse dagli Accordi Artemis.
Dobbiamo riflettere sul significato profondo di questa “nuova corsa all’oro” lunare. La nozione base di space economy, intesa come l’insieme delle attività e delle risorse generate dall’esplorazione e dall’utilizzo dello spazio, ci indica che lo spazio non è più solo un orizzonte di scoperta scientifica, ma un vero e proprio motore economico. Andando oltre, una nozione più avanzata ci porta a considerare il concetto di in-situ resource utilization (ISRU), ovvero l’utilizzo delle risorse trovate direttamente nello spazio per supportare le missioni e le future basi permanenti. Questo significa che la regolite lunare non è solo un campione da studiare, ma una materia prima potenziale per carburante, acqua o materiali da costruzione. Questa prospettiva trasforma i corpi celesti in nodi di una catena di valore extra-terrestre. Ma chi controllerà questa catena di valore? Chi beneficerà delle scoperte e degli sfruttamenti? La Luna, da simbolo di aspirazione umana, rischia di diventare un altro scenario di contesa, dove l’ambizione di pochi potrebbe eclissare l’ideale di un “patrimonio comune”. È fondamentale che la comunità internazionale trovi un equilibrio tra l’innovazione e l’equità, per garantire che il futuro dello spazio sia davvero un’opportunità per tutti e non solo un privilegio per pochi.








