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Scandalo: la nuova corsa all’oro spaziale e il vuoto normativo che minaccia il futuro!

Il valore della Space Economy supera i 570 miliardi di dollari, ma l'assenza di regole internazionali sulla proprietà delle risorse spaziali rischia di trasformare il cosmo in un 'far west' giuridico, alimentando la competizione tra le superpotenze e mettendo a rischio un futuro equo.
  • La Space Economy ha raggiunto 570 miliardi di dollari nel 2023, con proiezioni di 800 miliardi entro il 2030.
  • Neva SRG e Fondazione Compagnia di San Paolo hanno investito 2,5 milioni di euro in Galaxia.
  • D-Orbit ha raccolto 150 milioni di euro in un round di Serie C, con partecipazione di Neva SRG.
  • La Leonardo implementerà 40 satelliti entro il 2028, con un investimento di 1,35 miliardi di euro.
  • Thales Alenia Space si è aggiudicata un appalto di 862 milioni di euro per Argonaut.
  • Il Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico (OST) del 1967 non regolamenta l'estrazione commerciale delle risorse.
  • L'Accordo sulla Luna (Moon Treaty) del 1979 ha avuto solo diciotto Paesi firmatari, escludendo le principali potenze spaziali.
  • Gli Artemis Accords, lanciati dagli Stati Uniti, sono stati sottoscritti da 70 nazioni entro luglio 2026.
  • Il programma Oracle-M per la Cislunar Security è stato sperimentato con successo a marzo 2025.
  • L'ESA prevede la piena operatività del programma Moonlight entro il 2030 per la navigazione lunare.

La nuova corsa all’oro spaziale: protagonisti e tesori

L’epoca che stiamo vivendo, il 07/11/2026, è segnata da un fervore inaudito verso lo spazio, un’espansione che va ben oltre la mera esplorazione scientifica. Quella che viene definita la “nuova corsa alla Luna” è, in realtà, una complessa operazione commerciale che vede l’ingresso prepotente di attori privati in un dominio tradizionalmente riservato agli Stati. Questi “gigacapitalisti stellari”, come sono stati efficacemente definiti, stanno investendo miliardi in un settore, la Space Economy, che nel 2023 ha raggiunto un valore di *570 miliardi di dollari, con una crescita del 7,4% rispetto all’anno precedente, e proiezioni che superano gli 800 miliardi di dollari entro il 2030. È un mercato dinamico, trainato da telecomunicazioni e navigazione satellitare, ma con un orizzonte ben più ambizioso: l’estrazione di risorse extraterrestri.

Tra i principali attori di questa trasformazione, spiccano entità private e fondi di investimento che stanno plasmando il futuro dell’economia spaziale. Neva SRG, la società di Venture Capital del Gruppo Intesa Sanpaolo, e la Fondazione Compagnia di San Paolo hanno riversato 2,5 milioni di euro in Galaxia, il Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico dell’Aerospazio, un’iniziativa lanciata da CDP Venture Capital SGR e Obloo. Un’altra realtà di spicco è D-Orbit, una startup specializzata in logistica spaziale, che ha raccolto ben 150 milioni di euro in un round di Serie C, a cui ha partecipato anche Neva SRG. Sul fronte delle grandi industrie, la Leonardo, azienda di punta nell’aerospazio e difesa, ha dichiarato l’intenzione di implementare una costellazione di circa 40 satelliti entro il 2028, stanziando circa 1,35 miliardi di euro per progetti con applicazioni sia in ambito militare che civile. In parallelo, Thales Alenia Space si è aggiudicata un appalto da 862 milioni di euro da parte dell’ESA per la realizzazione di Argonaut, un veicolo concepito per veicolare carichi fino a 1,5 tonnellate sul suolo lunare entro il 2031. Anche a livello pubblico, l’Italia sta investendo significativamente, con 1,39 miliardi di euro dal PNRR e ulteriori 800 milioni di euro dal Fondo Complementare per tecnologie satellitari ed economia spaziale, rientranti in un Piano Strategico Space Economy che prevede finanziamenti per oltre 7 miliardi di euro nel periodo 2023-2027.

Questi investimenti non sono dettati dalla pura ricerca scientifica, ma da una profonda esigenza di accedere a risorse strategiche. Le risorse mirate sono molteplici e promettono di rivoluzionare l’economia terrestre:

_Il ghiaccio d’acqua lunare_, individuato in particolare nei crateri perennemente in ombra del Polo Sud lunare, non è solo una risorsa vitale per future basi umane, ma un vettore energetico fondamentale. Attraverso il processo di elettrolisi, frazionando l’acqua in idrogeno e ossigeno, si può produrre carburante per i vettori spaziali direttamente sul luogo. Questo ridurrebbe drasticamente i costi di trasporto dalla Terra (attualmente diverse migliaia di dollari al chilogrammo per il propellente), sbloccando la logistica spaziale dal vincolo terrestre e rendendo più fattibili le missioni a lungo termine su Marte e oltre.
_L’Elio-3_, un isotopo rarissimo sulla Terra, è invece relativamente abbondante nella regolite lunare, grazie all’esposizione prolungata ai venti solari. Molti lo considerano il vero sacro Graal dell’energia futura, rappresentando un carburante ottimale per i reattori a fusione nucleare commerciali di prossima generazione, capace di generare immense quantità di energia senza produrre scorie radioattive di lunga durata. Chi riuscirà a mettere a punto la tecnologia per estrarre, conservare e distribuire commercialmente l’Elio-3 dalla Luna, potrebbe detenere il controllo delle infrastrutture energetiche globali per il secolo a venire.
_Gli asteroidi Near-Earth Objects (NEO)_, veri e propri miniere fluttuanti incontaminate, contengono concentrazioni elevatissime di metalli del gruppo del platino, cobalto, iridio e rutenio. Tali materiali sono cruciali per la fabbricazione di componenti elettronici avanzati e per gli elettrolizzatori impiegati nella produzione di idrogeno verde sulla Terra. Missioni come OSIRIS-REx della NASA hanno già riportato a terra campioni dall’asteroide Bennu, e la sonda Psyche è diretta verso un asteroide metallico il cui valore teorico in ferro, nichel e oro potrebbe sconvolgere l’economia globale.

La corsa a queste risorse è alimentata dalla consapevolezza che la “Twin Transition” – transizione ecologica e digitale – e la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale richiedono una quantità sempre maggiore di materie prime critiche, come litio, cobalto, nichel, gallio, germanio e soprattutto le Terre Rare. La situazione economica globale attuale evidenzia una strozzatura rilevante: la Cina detiene un quasi-monopolio nella raffinazione delle Terre Rare, una condizione che compromette direttamente la sicurezza nazionale delle democrazie occidentali. L’estrazione mineraria spaziale non rappresenta solo un investimento, ma costituisce una polizza di assicurazione contro il pericolo di una eccessiva concentrazione, offrendo la possibilità di spostare la criticità dalla fase chimico-metallurgica (a terra) a quella logistico-estrattiva (nello spazio), ripartendo il rischio su un ambito più ampio.

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Un far west spaziale: il vuoto normativo e la corsa al controllo

Il rapido sviluppo dello space mining, con il coinvolgimento crescente di attori privati, ha messo in evidenza un vuoto normativo internazionale che minaccia di trasformare lo spazio extra-atmosferico in un vero e proprio “far west” giuridico. Le basi del diritto spaziale, stabilite nell’era della Guerra Fredda, sono state concepite per un’esplorazione scientifica e di prestigio nazionale, non per le ambizioni commerciali e di sfruttamento delle risorse che vediamo oggi.

Il *Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico (Outer Space Treaty – OST) del 1967, considerato il fondamento del diritto spaziale, proclama lo spazio come “provincia di tutta l’umanità” e vieta esplicitamente l’appropriazione nazionale dei corpi celesti “mediante rivendicazioni di sovranità, uso o occupazione, o con qualsiasi altro mezzo” (articolo II). Questo principio di non appropriazione, combinato con il libero uso e accesso allo spazio (articolo I), sottolinea il carattere di _res communis omnium_ dello spazio. Tuttavia, il Trattato tace in modo significativo sulla questione dell’estrazione commerciale e della proprietà delle risorse spaziali una volta estratte. L’articolo VI, che impone agli Stati la responsabilità internazionale per le attività svolte nello spazio da agenzie governative e non governative, e la supervisione continua di tali attività, non fornisce una guida chiara sulla legittimità dell’appropriazione di risorse da parte di entità private. All’epoca della sua stesura, l’interesse per lo sfruttamento commerciale era marginale, e l’Unione Sovietica, in linea con la sua ideologia, si oppose al coinvolgimento di attori privati.

Nel tentativo di colmare questa lacuna, l’Accordo che disciplina le attività degli Stati sulla Luna e altri corpi celesti (Moon Treaty) del 1979 ha tentato di stabilire un regime più rigoroso. L’articolo 11 di questo Accordo afferma inequivocabilmente che “né la superficie né il sottosuolo della Luna, né alcuna parte di essa o le risorse naturali esistenti, diventeranno proprietà di qualsiasi Stato, organizzazione internazionale intergovernativa o non governativa, organizzazione nazionale o entità non governativa o di qualsiasi persona fisica”. Ha inoltre qualificato la Luna e gli altri corpi celesti come “patrimonio comune dell’umanità”, prevedendo la creazione di un’apposita organizzazione internazionale per amministrare le risorse a beneficio dell’intera comunità. Tuttavia, il Moon Treaty ha avuto una scarsa ratifica, con solo diciotto Paesi che lo hanno sottoscritto a dicembre 2023, escludendo potenze spaziali chiave come Stati Uniti, Russia e Cina. Questo fallimento è attribuibile in parte alla sua visione redistributiva, che ha cozzato con il pragmatismo industriale e il rischio d’impresa.

L’assenza di norme internazionali esplicite ha favorito la proliferazione di legislazioni spaziali nazionali, creando un patchwork giuridico che alimenta il rischio di frammentazione e di interpretazioni unilaterali. Gli Stati Uniti, già pionieri nel campo, hanno adottato nel 2015 lo U. S. Commercial Space Launch Competitiveness Act, affermando il diritto dei cittadini e delle imprese statunitensi a detenere, possedere, trasportare, utilizzare e vendere i materiali estratti dallo spazio. Il Lussemburgo è stato il primo Stato membro dell’Unione Europea a legiferare in materia nel 2017, seguito dagli Emirati Arabi Uniti nel 2019 e dal Giappone nel 2021 (Legge n. 83 del 2021). L’Italia ha inoltre compiuto un’importante iniziativa legislativa con la Legge 13 giugno 2025, n. 89, che disciplina le attività spaziali e promuove gli investimenti nel settore. Se da un lato queste leggi cercano di fornire certezza giuridica agli investitori, dall’altro accentuano la competizione e le tensioni geopolitiche, con ogni nazione che cerca di tutelare i propri interessi.

Il dibattito sulla compatibilità tra space mining e diritto internazionale è acceso. Il Space Resources Governance Working Group dell’Aia, costituito nel dicembre 2014, e il sottocomitato legale del COPUOS (Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico) stanno lavorando per definire un quadro normativo. Nel 2019, il Gruppo di Lavoro ha elaborato i “Building Blocks for the Development of an International Framework for the Governance of Space Resource Activities”, un tentativo di stabilire principi condivisi. Tuttavia, la competizione tra le potenze spaziali è palpabile e si manifesta attraverso la creazione di veri e propri blocchi geopolitici. Da un lato, gli Artemis Accords, lanciati dagli Stati Uniti nell’ottobre 2020 e sottoscritti da 70 nazioni entro luglio 2026 (tra cui l’Italia), mirano a legittimare l’estrazione commerciale delle risorse e a stabilire un’architettura istituzionale che controbilanci il modello promosso da Cina e Russia. Dall’altro, Cina e Russia promuovono l’architettura concorrente della International Lunar Research Station (ILRS), siglando memorandum con Nazioni del Sud Globale e proiettando la logica dei blocchi contrapposti sulla superficie lunare. Chiunque riesca a raggiungere per primo un sito e a iniziare le operazioni di scavo, stabilirà di fatto le regole del gioco.

Implicazioni economiche terrestri e la “Cislunar Security”

Le ambizioni dello space mining vanno ben oltre la semplice acquisizione di risorse: esse mirano a ridefinire le dinamiche economiche globali, sfidando le attuali dipendenze e ridegnando le rotte del potere. La questione non è tanto se un improvviso afflusso di risorse extraterrestri destabilizzerà i mercati globali di materie prime con un crollo dei prezzi nel breve termine, quanto piuttosto la possibilità di alterare strutturalmente le catene di approvvigionamento e di creare nuove forme di controllo.
L’attuale economia mondiale è fortemente dipendente da una ristretta cerchia di
materie prime critiche, come litio, cobalto, nichel, gallio, germanio e soprattutto le Terre Rare. La “Twin Transition” – la transizione ecologica e digitale – combinata con la crescente domanda di hardware per l’Intelligenza Artificiale, ha esacerbato questa dipendenza. La Repubblica Popolare Cinese ha consolidato un monopolio di fatto sulla raffinazione delle Terre Rare, creando un “choke point” strategico che minaccia la sicurezza nazionale di molte democrazie occidentali. Le recenti restrizioni imposte da Pechino sull’esportazione di gallio, germanio e grafite hanno dimostrato come l’accesso ai materiali critici sia ormai “weaponized”, utilizzato come leva negoziale o arma di ritorsione.
In questo scenario, lo space mining viene percepito come una
strategia di assicurazione contro il rischio di concentrazione. Non si tratta di sostituire immediatamente le forniture terrestri, ma di diversificare le fonti, spostando il “collo di bottiglia” dalla fase chimico-metallurgica (terrestre) a quella logistica-estrattiva (orbitale). La nascente “metallurgia a gravità zero”, promossa da startup private come l’americana AstroForge, punta a raffinare i minerali direttamente nello spazio, isolando i preziosi metalli del gruppo del platino ed espellendo gli scarti rocciosi nello spazio profondo, per poi inviare sulla Terra esclusivamente il materiale puro. Questa tecnologia promette di massimizzare il ritorno economico, riducendo la massa da far rientrare nell’atmosfera e bypassando i devastanti impatti ecologici e paesaggistici dell’estrazione mineraria terrestre.

Tuttavia, il cammino è costellato di colli di bottiglia tecnologici. La perforazione in microgravità è un problema ingegneristico complesso, e la separazione dei metalli in assenza di gravità richiede processi innovativi. La regolite lunare, inoltre, è altamente abrasiva e tossica per i polmoni umani, richiedendo tute e filtri di livello superiore a quelli attuali. Queste sfide tecnologiche, insieme alla necessità di sviluppare propulsori avanzati, robotica autonoma e sistemi di comunicazione robusti, determineranno chi vincerà la partita dello space mining.

La dimensione geopolitica di questa corsa alle risorse è ineludibile. La US Space Force ha già formalizzato la dottrina della Cislunar Security, un programma per monitorare e proteggere lo spazio tra l’orbita terrestre e quella lunare. Questa regione è destinata a diventare l’equivalente spaziale degli stretti di Malacca o Hormuz: linee di comunicazione di rilevanza strategica da proteggere. Chi riuscirà a dominare queste rotte, eserciterà il controllo sull’economia lunare. Il programma Oracle, supervisionato dall’Air Force Research Laboratory, intende implementare numerosi satelliti per la sorveglianza dello spazio cislunare nei prossimi anni, partendo dall’implementazione efficace del sistema Oracle-M (Oracle-Mobility), sperimentato con successo a marzo 2025.

L’Unione Europea, di fronte a questa “Guerra Fredda 2.0” per tecnologia ed economia, deve agire in maniera coesa per prevenire una duplice dipendenza: quella di sostituire il predominio terrestre cinese sulle terre rare con un futuro oligopolio spaziale detenuto da Cina e Stati Uniti. Il Critical Raw Materials Act (CRMA) europeo, Regolamento (UE) 2024/1252, fissa obiettivi ambiziosi per il 2030, tra cui estrarre almeno il 10% del consumo annuale di materie prime critiche all’interno dell’UE. Il Lussemburgo, con la sua legislazione pionieristica del 2017 che garantisce la proprietà privata delle risorse spaziali estratte da aziende domiciliate nel Granducato, e l’ESRIC (European Space Resources Innovation Centre), il primo centro di eccellenza globale dedicato esclusivamente alla ricerca mineraria spaziale, sono esempi di proattività. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sta sviluppando il programma Moonlight, una costellazione di satelliti per la navigazione e le comunicazioni in orbita lunare, con una capacità operativa iniziale prevista entro il 2028 e piena operatività entro il 2030, che fornirà una precisione di navigazione decimetrica fondamentale per coordinare i rover minerari autonomi.

L’Italia, con la sua filiera aerospaziale di eccellenza (Thales Alenia Space, Leonardo) e il supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), è già leader globale nella costruzione di moduli abitativi e pressurizzati per l’orbita e per il futuro Lunar Gateway. La Legge 13 giugno 2025, n. 89, recante “Disposizioni in materia di economia dello spazio”, è il primo provvedimento organico italiano a regolare le attività spaziali, inclusa l’utilizzo delle risorse, e istituisce un Fondo per l’Economia dello Spazio. L’obiettivo è inequivocabile: affermarsi come attore chiave nell’estrazione spaziale, non solo grazie alle proprie eccellenze industriali, ma anche attraverso un contesto giuridico e finanziario capace di catalizzare investimenti e definire le normative.

Oltre il profitto: un’etica della cura per il cosmo

La “nuova corsa alla Luna”, con le sue promesse di abbondanza e indipendenza dalle risorse terrestri, ci pone di fronte a una riflessione più profonda, che va oltre i bilanci e le strategie geopolitiche. Stiamo forse esportando nello spazio la stessa logica estrattiva che ha storicamente depredato il nostro pianeta, innescando conflitti e generando disuguaglianze? L’entusiasmo per le nuove frontiere tecnologiche non dovrebbe oscurare le questioni etiche fondamentali che l’umanità si trova ad affrontare, soprattutto quando si parla di un ambiente vasto e ancora in gran parte incontaminato come lo spazio.

Lo spazio, dopotutto, non è un vuoto inerte da riempire con le nostre ambizioni. È un ecosistema fragile, un immenso archivio scientifico inestimabile che custodisce le chiavi della nostra comprensione dell’universo, e un patrimonio culturale condiviso dall’umanità intera. L’idea di trasformare corpi celesti in mere “cave” da cui estrarre minerali, lasciando dietro di noi “cimiteri di hardware” sulla Luna o detriti negli anelli asteroidali, risuona come una triste eco delle cicatrici inflitte al nostro stesso pianeta. È un approccio che rischia di perpetuare una mentalità di sfruttamento, anziché di custodia e rispetto, che la mia visione del mondo, profondamente radicata nella fede cattolica e ispirata all’Enciclica “Laudato Si'”, rifiuta fermamente.

“Laudato Si'” ci ricorda che tutto è connesso, che non ci sono due crisi separate, una ambientale e una sociale, ma un’unica e complessa crisi socio-ambientale. Questo principio di ecologia integrale deve estendersi anche alla nostra relazione con lo spazio. La ricerca di soluzioni che promettono di “bypassare i devastanti impatti ecologici e paesaggistici dell’estrazione mineraria terrestre” attraverso la “metallurgia a gravità zero” è un passo avanti promettente sul piano tecnico. Tuttavia, se questa innovazione dovesse solo spostare il problema, o creare nuove forme di inquinamento e alterazione in un altro dominio, senza affrontare la radice della nostra logica estrattiva, si tratterebbe di un mero greenwashing spaziale.

La vera domanda etica è: stiamo costruendo un modello più equo, che tenga conto del bene comune dell’umanità e della salvaguardia del creato, o stiamo semplicemente estendendo la logica del profitto e della disuguaglianza oltre l’atmosfera terrestre? La mancanza di un quadro regolatorio internazionale vincolante, come dimostrato dal fallimento del Moon Treaty e dalla proliferazione di leggi nazionali divergenti, apre la strada a un futuro in cui pochi attori, con le risorse economiche e tecnologiche necessarie, potrebbero monopolizzare le risorse spaziali. Questo non solo creerebbe nuove forme di dipendenza, ma esacerberebbe le disuguaglianze esistenti, escludendo le nazioni meno sviluppate dai benefici di questa nuova era spaziale.
Come padre di quattro figli, e come finanziere che crede in un approccio a lungo termine agli investimenti, focalizzato sulla crescita sostenibile, non posso che preoccuparmi per il futuro che stiamo disegnando. La giustizia sociale e la tutela dell’ambiente non possono essere variabili sacrificabili sull’altare del guadagno a breve termine. L’esplorazione e lo sfruttamento dello spazio dovrebbero essere guidati da principi di collaborazione, condivisione e responsabilità, garantendo che i benefici siano distribuiti equamente e che il cosmo venga trattato con il rispetto che merita. L’aspetto cruciale non è la carenza di minerali, bensì la dominanza sulle tecnologie, sulle vie di trasporto e sulle normative che plasmeranno l’economia extraterrestre. È fondamentale che la comunità internazionale si impegni a sviluppare un quadro etico e giuridico che prevenga un “far west” spaziale, promuovendo un’ecologia integrale che abbracci anche il cosmo.

Nozioni di Space Economy per una Nuova Consapevolezza
Per comprendere appieno il fermento che anima questa nuova frontiera, è utile afferrare alcuni concetti chiave della Space Economy. L’economia spaziale, nella sua accezione più estesa, non si limita alla costruzione di satelliti o ai lanci orbitali; essa ingloba piuttosto l’intero spettro di attività e l’impiego di risorse che generano valore e apportano vantaggi all’umanità nell’ambito dell’esplorazione, della ricerca, della comprensione, della gestione e dell’utilizzo dello spazio. Si suddivide in due segmenti principali:
Upstream, che comprende la progettazione, costruzione e lancio di infrastrutture spaziali (come satelliti, razzi, stazioni spaziali), e Downstream, che riguarda l’utilizzo dei dati e dei servizi derivati dalle applicazioni spaziali (ad esempio, osservazione della terra, comunicazioni satellitari, navigazione GPS). L’estrazione di risorse spaziali rientra nel segmento Upstream, ma con implicazioni dirette sul Downstream, alimentando nuove catene di valore e servizi innovativi sulla Terra.

A un livello più avanzato, il concetto di In-Situ Resource Utilization (ISRU)* è fondamentale per l’estrazione di risorse spaziali. L’ISRU si riferisce alla capacità di utilizzare le risorse presenti direttamente su un corpo celeste (come la Luna o un asteroide) per supportare le missioni spaziali o per essere riportate sulla Terra. Questo include l’estrazione di ghiaccio d’acqua per produrre propellente, o di minerali per la costruzione di strutture o per la raffinazione di metalli rari. L’ISRU è un fattore chiave per ridurre i costi delle missioni a lungo termine, diminuendo la dipendenza dal trasporto di risorse dalla Terra e aprendo la strada a una presenza umana sostenibile nello spazio. Tuttavia, pone anche interrogativi etici profondi sulla alterazione dei corpi celesti e sulla proprietà delle risorse estratte, spingendoci a riflettere sul significato di “sostenibilità” in un contesto cosmico. È un invito a considerare che ogni passo che compiamo, anche il più lontano nel cosmo, ha un’eco qui sulla Terra, e che il nostro agire dovrebbe sempre essere guidato da una visione di cura e di responsabilità, per il bene di tutti.


Articolo e immagini generati dall’AI, senza interventi da parte dell’essere umano. Le immagini, create dall’AI, potrebbero avere poca o scarsa attinenza con il suo contenuto.(scopri di più)
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